a cura del dott. Toselli David (oggi solo psico come voi per lo studio)

Uno dei grandi dibattiti della psicologia, che da decenni tieni occupati i pensatori di tutto il mondo è: siamo ciò che ci permette di essere la biologia e la genetica, o siamo ciò che l’ambiente esterno ci fa diventare?

Non esiste una risposta univoca, come nella maggior parte dei casi. Tuttavia è oggi sdoganata l’assoluta importanza che i processi di apprendimento hanno nel renderci le persone che siamo, in ogni fase della nostra vita.

Proviamo a dare una definizione.

L’apprendimento può essere definito come quel processo che, in seguito all’esperienza, produce un cambiamento nella capacità di operare del soggetto, porta alla modifica ed alla complessificazione dei vecchi modelli di comportamento, nonché all’acquisizione di nuove conoscenze e competenze che consentono un migliore adattamento all’ambiente. Può essere involontario ed incidentale oppure motivato (lo studio ne è un esempio).

Una teoria interessante

Sono moltissimi gli studiosi che si sono impegnati nella comprensione del funzionamento dei processi di apprendimento. Ricordiamo qui il lavoro di A. Bandura, che negli anni 60 sviluppò la teoria dell’apprendimento sociale.

Egli attribuì primaria importanza alle origini sociali del comportamento, ma contemplò anche i processi cognitivi innati, utilizzati dagli individuai sin da bambini per l’analisi del contesto e la messa in atto di risposte alle sue richieste.

Il comportamento quindi avrebbe origine dal continuo scambio con il contesto e le persone di riferimento, benché il singolo non si dimostri passivo: le persone sono influenzate dall’ambiente, ma a loro volta con il loro agire lo influenzano.

Bandura fu uno dei primi studiosi a considerare questa posizione, affermando che noi apprendiamo perché siamo biologicamente predisposti ad elaborare attivamente gli input che arrivano dall’esterno, ma nello stesso tempo il significato ed il valore di queste informazioni (e quindi come le useremo) dipende dagli insegnamenti che, volontariamente e non, i nostri modelli di riferimento ci mettono a disposizione.

Un esempio: un bambino apprende che la violenza è una delle possibili modalità interattive che possono essere usate per relazionarsi con gli altri. Questo può avvenire vedendo scene di violenza “in diretta”, alla tv, o per sentito dire. Egli lo può fare perché è in grado di assimilare ciò che sente e vede, in modo attivo, dandogli uno spazio delle categorie di conoscenze. Il significato attribuito a questa modalità interattiva sarà influenzato tuttavia dal modo in cui questa gli viene presentata e descritta dagli altri, o più generalmente dalla propria cultura di appartenenza. Sapere che la violenza esiste non è sufficiente per “apprenderne” l’utilizzo.

La modalità di apprendimento descritta si fonda sull’osservazione e sull’analisi delle conseguenze dei comportamenti attuati da altri (modelli). Ciò permette di apprendere, modificare, conservare e preservare differenti condotte in funzione di differenti situazioni. L’osservazione fungerebbe proprio da “modellamento” per la condotta dell’individuo, che apprenderebbe nel tempo le modalità migliori di risposta alle richieste dell’ambiente proprio attraverso l’analisi di quanto osservato da parte dei suoi modelli. Questo avviene volontariamente per imitazione, verso uno scopo, ed involontariamente per emulazione.

Ecco allora che i processi di apprendimento, che sono alla base del nostro muoversi per il mondo, visti con la lente degli studiosi appaiono estremante complessi e multidimensionali: in parte “nasciamo imparati”, perché predisposti all’apprendimento, ed in parte siamo esseri che “imparano ad imparare”, in un processo che è lungo tutta la vita.

Dott.ssa Francesca Turco.

Sito: https://www.francescaturco.eu/

Pagina Facebook: Francesca Turco – Psicologa e Mediatrice

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